«Ciro Palmieri è stato ucciso e fatto a pezzi dalla moglie Monica Milite e dai due figli, […] prima la moglie e poi i due figli, armati di più coltelli, si sono scagliati contro Ciro Palmieri, colpendolo più volte. L’uomo, esanime a terra, ha subito altre coltellate dai tre, il tutto davanti al terzo figlio. […] L’uomo è descritto come un uomo tranquillo e abitudinario. […] Monica Milite si era recata alla stazione dei carabinieri di Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno, in lacrime chiedendo aiuto dopo la scomparsa del marito. […] la versione della moglie di Ciro Palmieri disperata sembrava convincente. […] I carabinieri hanno ottenuto le prove, ma soprattutto le immagini dell’omicidio, grazie ai sistemi di video sorveglianza dell’abitazione». Il comportamento di Monica Milite non è eccezionale, al contrario, sembra un pattern molto comune tra le donne che agiscono violenza. Queste donne intrigano, dissimulano oppure adducono paura, legittima difesa, raccontano di violenze subite, giustificano la violenza agita, appellano alla loro irresponsabilità in quanto donne, e il tutto viene recitato bagnato dalle lacrime. Esigono empatia, commiserazione, partecipazione, e sanno di poterle ottenere grazie a un’arma a loro congeniale: il pianto. Dai carabinieri non sono andati i due figli maschi in lacrime, è andata lei, la moglie, la donna. Come si possono ignorare il pianto di un bambino o di una donna? Uomini e donne siamo diversi e mettiamo in campo, anche nell’ambito della violenza, le armi che abbiamo: la forza fisica l’uomo; l’intrigo, il pianto e la sensazione di vulnerabilità e di innocuità, la donna.
Il concetto di violenza di genere deduce la causa dagli effetti dello scontro. La violenza di genere, nella sua forma estrema, «colpisce le donne in modo sproporzionato» (Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, Preambolo). Quando viene esaminata la violenza di bassa e media intensità nella relazione di coppia tutti gli studi confermano che questa è bidirezionale e simmetrica (addirittura talvolta prevalgono le donne come promotrici del conflitto). Questa simmetria finisce quando indaghiamo sulla violenza grave o molto grave (omicidio): ci sono più donne ferite gravemente o uccise. Le donne sarebbero in grado di insultare, spingere, schiaffeggiare ma raramente feriscono gravemente o uccidono. Dal numero di donne uccise o gravemente ferite (effetto) il femminismo e le istituzioni deducono che la causa della violenza è la volontà maschile di dominare la donna (patriarcato). Dedurre la causa dagli effetti non è un modo corretto di ragionare e può indurre a conclusioni sbagliate. Sarebbe come dedurre, se mi è permessa l’iperbole, che l’uomo odia o vuole imporre il suo dominio sulle zanzare perché lo scontro finisce di solito con la zanzara morta, quando in realtà la maggior parte delle volte è la zanzara a “iniziare lo scontro”, a pungere l’uomo quando questo è tranquillamente per conto suo. Come non avrebbe senso addebitare esclusivamente agli americani la violenza sui giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, sulla base degli effetti micidiali delle due bombe atomiche sganciate sul Giappone, senza alcun’altra analisi delle dinamiche belliche e del fatto che è stato il Giappone ad iniziare il conflitto in Pearl Harbor. Parimenti dedurre dagli effetti che l’uomo è più violento della donna, come sostiene la teoria della violenza di genere, è sbagliato.
La magia delle lacrime.
In uno scontro di una coppia i cui componenti presentano pari tassi di aggressività, la probabilità che la rissa finisca con il peggio per la donna è molto alta. Se prendiamo pugili di diverse categorie, ad esempio peso piuma (57 kg) e peso massimo (91 kg in su) e li facciamo combattere, malgrado il tasso di aggressività sia simile, il risultato prevedibile vedrà vincitori i pugili più grandi e pesanti. Se adoperiamo la stessa logica della violenza di genere, potremmo dedurre dai risultati dei combattimenti che gli uomini grandi e pesanti sono più violenti di quelli piccoli. Invece quello che è successo è che i più grandi hanno fatto valere la loro potenza fisica. Dedurre che gli individui più piccoli siano meno violenti perché sono più piccoli è una stupidaggine. Nemmeno in natura è così, tra i canidi i cani piccoli sono più aggressivi. L’aggressività non si misura dalla devastazione né dall’esito di un combattimento tra un cane grande e uno piccolo. Si può forse ipotizzare che, dopo aver iniziato un combattimento, una volta ricevuti i primi colpi, i combattenti più piccoli si spaventano, indietreggiano e perdono combattività, ipotesi che può essere estesa anche alle donne. L’asimmetria del numero di morti o di soggetti gravemente feriti non rispecchia necessariamente la maggiore aggressività dell’uomo, è più probabile che sia il risultato di una netta differenza di potenza fisica. Dedurre da questa asimmetria che gli uomini sono più violenti è un errore di gravi conseguenze: se la donna sa piangere, allora non è più necessario indagare oltre, la causa è già nota aprioristicamente.
Nel film L’alba del pianeta delle scimmie, la scimmia protagonista, Cesare, è cresciuta con due umani, padre e figlio, che considera il suo branco, la sua tribù. Un giorno dalla finestra vede un forte litigio tra il vicino e il padre anziano, grida e violenta arrabbiatura del vicino, e decide di intervenire a difesa del “membro del suo branco”, ma la sua reazione è sproporzionata rispetto al litigio (stacca con un morso il dito al vicino). La scimmia, allontanata e rinchiusa dalle autorità, non capisce, entra in cortocircuito, perché il suo modo di esprimere la rabbia e la difesa del proprio branco è diverso da quello degli umani. Scimmie e umani hanno registri comunicativi diversi, e sorgono incomprensioni. Tra gli uomini e le donne succede qualcosa di simile? Sotto l’ombrello protettivo della cavalleria maschile, approfondito nell’intervento precedente – le donne non si toccano neanche con un fiore –, le donne talvolta si credono nel diritto di poter picchiare gli uomini senza timore di ritorsione e rimangono sorprese se il partner reagisce parimenti. Reputano il comportamento di risposta maschile inappropriato, ma non il suo. L’uomo, forse soggetto durante tanto tempo a vessazioni e oggetto di piccole e continue violenze, permesse alla donna in quanto donna, decide di non sopportare più e di trattare la compagna sentimentale non più come una donna ma come un uomo qualsiasi. Questo suo gesto di risposta lo rende colpevole, e a ribadire la sua colpevolezza ci saranno le lacrime della sua compagna.
La donna può.
A casa ho un cane e un gatto. Il gatto si diverte a fare dispetti al cane. Quando il cane passeggia lungo il corridoio o vuole entrare in una stanza, il gatto si adagia in corridoio o sull’uscio della porta per non farlo entrare. Il cane abbaia. Sgridiamo il cane. Quando il gatto pensa che non lo guardiamo, attacca (in realtà disturba) il cane e fugge. Il cane lo rincorre e abbaia. Sgridiamo il cane. Il cane beve da qualsiasi ciotola, non gli interessa; il gatto invece per indispettirlo beve solo dalla ciotola del cane quando lui è presente. Quando il gatto fa cadere o rompe qualcosa con rumore, scappa e si nasconde, il cane viene di corsa per vedere cosa succede. Noi troviamo il cane sul luogo del delitto. Sgridiamo il cane. Il cane è il colpevole, il gatto la vittima innocente. Il concetto della violenza di genere ragiona alla stessa maniera, riduce il concetto della violenza tra i sessi a una sola spiegazione, limita la comprensione di un fenomeno, la violenza tra i sessi, che in realtà è complesso e multifattoriale. Certe dinamiche, che sistematicamente vengono ignorate, come possono essere la cavalleria maschile e la summenzionata dissimulazione femminile, possono fornire un quadro più completo e accurato sulla complessità della violenza e potrebbero aiutare a contrastare più efficacemente il fenomeno. L’ostinazione istituzionale a ignorarle è un grave errore e senza dubbio rende l’attuale violenza femminile sottostimata. È più difficile nascondere il cadavere insanguinato della moglie che giace sul pavimento della cucina, vittima di attacco d’ira dell’uomo violento, che il cadavere del marito avvelenato grazie alle cure amorevoli della devota compagna.
È stato un film presumibilmente femminista, Via dall’incubo (Enough, 2002), interpretato da Jennifer López e Billy Campbell, a fornirmi un esempio evidente degli effetti perversi della diffusione del concetto di violenza di genere, propagandato oggi dalle istituzioni. La protagonista si introduce nella casa dell’ex-marito per ucciderlo. Ecco i dialoghi dopo che lei gli ha detto che lo vuole uccidere: «Jennifer: “La legittima difesa non è omicidio” / Billy: “Non è legittima difesa! Tu ti sei introdotta qua per aggredirmi!” / Jennifer: “Aggredirti? Non ho fatto altro che schiaffeggiarti un po’… te l’ho detto, è legittima difesa… Tu mi hai aggredito e io ho reagito”». In questo dialogo del film si racchiude il modus operandi di molti eventi di violenza domestica: 1) la donna considera un suo diritto esercitare violenza sull’uomo e lo ammette, “qualche schiaffo”, consapevole che per lei picchiare non comporta alcuna conseguenza da un punto di vista penale; 2) la legittima difesa è un’arma che può essere adoperata soltanto dalla donna, all’antagonista maschio non passa nemmeno per la testa di appellarla a suo favore, malgrado si trovi a casa propria e lei sia l’intrusa; 3) la sola parola di lei, il suo sesso femminile, è l’unica prova che effettivamente sia avvenuta legittima difesa, unico alibi che dimostra che la protagonista non si è introdotta in casa di lui per ucciderlo» (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, pag. 952). Nessuno avrebbe creduto a Billy. Jennifer invece rappresenta la prova vivente, in quanto donna, della sua innocenza. Risultato: Jennifer, che potrebbe essere qualsiasi donna al di là della trama del film, dopo qualche lacrima, è confortata dalla polizia; Billy, che potrebbe essere qualsiasi uomo al di là della trama del film, finisce morto, ucciso senza appello. Un altro carnefice di meno. Un’altra vittima salva, grazie alla legittima difesa, una donna coraggiosa. Un altro caso da computare alla violenza di genere.