La Fionda

Il paradosso del Patriarcato. Perché il femminismo non desidera la “liberazione femminile”

Articolo di Tara Van Dijk, geografa e esperta di economia politica, autrice del blog/podcast di analisi sociale Morbid Symptom. Tradotto da Vincenzo Moggia e riprodotto, con minimi adattamenti, con il permesso dell’Autrice dalla versione originale apparsa sul blog della giornalista Jennifer Bilek.

«La struttura fondamentale del desiderio è necessitare di un ostacolo. Rimuovi l’ostacolo, e il desiderio collassa. La cosa peggiore che può accaderti, è ottenere ciò che desideri» (Slavoj Žižek). Il femminismo si trova in un vicolo cieco. Il suo slogan principale, “Distruggi il patriarcato!”, rivela un paradosso irrisolvibile: Il Patriarcato è allo stesso tempo il nemico contro cui il femminismo combatte e l’alimento che lo mantiene in vita. Come un miraggio che svanisce se ci si avvicina troppo, Il Patriarcato è come un ideale irraggiungibile – un ostacolo che il femminismo non potrà mai superare, ma che non può smettere di sfidare. Eliminarlo significherebbe far crollare il senso stesso del movimento femminista. Questo paradosso non è semplicemente politico: è psicologico. Il Patriarcato funge da ciò che Slavoj Žižek chiama “oggetto sublime” dell’ideologia: un irraggiungibile X intorno a cui è strutturato il desiderio. Per il femminismo, Il Patriarcato è il capro espiatorio multifunzione: spiega il “gap salariale”, la violenza sessuale, perfino l’insicurezza di sé di certe donne. Come uno spettro, è ovunque e da nessuna parte. Più si cerca di metterlo a fuoco, più diventa ubiquo: mansplaining, manspreading, mascolinità tossica, microaggressioni, e così via all’infinito.

Nel suo inconscio, il femminismo non vuole realmente vincere la propria battaglia. Ciò che lo muove è la lotta in sé – il “godimento” inconsapevole della frustrazione del desiderio, del combattere contro un eterno mulino a vento. Senza Il Patriarcato, il femminismo sarebbe costretto a guardare in faccia a delle scomode verità: che le peculiarità e disparità basate sui due sessi non sono il risultato di un “sistema” di potere monolitico, ma di un complesso gioco di interrelazioni tra biologia, capitalismo, e desiderio. Il Patriarcato è emerso dal femminismo cosiddetto “di seconda ondata” (anni ’60-’70) quale fantasia retroattiva. Il discorso femminista ha proiettato questa fantasia sui secoli passati, riscrivendo la storia come se il potere maschile fosse un agente storico trascendente, universale e senza tempo. Questa costruzione retroattiva ha tramutato Il Patriarcato in un “Significante Maestro” – termine con cui Lacan designa un simbolo fondamentale capace di strutturare ogni altra idea. Per il femminismo, esso è la ragione unica e ultima di ogni sofferenza o insoddisfazione femminile. Ma Il Patriarcato diventa così anche un “significante vuoto”: un simbolo talmente vago da poter significare qualunque cosa. E più cose significa, più diventa opaco e sfuggente. Come per le teorie del complotto, ha successo grazie all’impossibilità di falsificarlo: se il Patriarcato non si vede, è la prova che si sta nascondendo bene!

patriarcato

Il Patriarcato, l’arcinemico.

La natura quantistica del Patriarcato – Il femminismo designa il Patriarcato simultaneamente come:
– un “sistema” che trascende gli individui (“nessuno sta dando la colpa a te personalmente!”), quando è necessario sfuggire all’accusa di essere un’ideologia misandrica;
– un fallimento morale individuale (“tutti gli uomini devono fare mea culpa!“) quando occorre invece fare proselitismo o chiamare le persone all’azione.
Questo doppio binario permette al femminismo di truccare il gioco. Agli uomini è richiesto di contribuire allo smantellamento di un “sistema” da cui si presuppone siano condizionati fin dalla nascita. Se si rifiutano di collaborare, diventano essi stessi la prova dell’esistenza del Patriarcato. Se collaborano, li si accusa di essere “alleati performativi” e di non fare abbastanza. Le regole cambiano di continuo in modo da poter sempre dire che Il Patriarcato è inalterato. Man mano che anche il sistema capitalista abbandona i “ruoli di genere” tradizionali, il femminismo reinventa Il Patriarcato in senso psicologico (“misoginia interiorizzata”) o culturale (“microaggressioni“). Il nemico muta forma per sopravvivere: e così il femminismo può continuare la sua battaglia in eterno.

Perché il femminismo ha bisogno del Patriarcato, supremo ostacolo alla “liberazione” – Il Patriarcato non è il nemico del femminismo: è il suo carburante. Se finisce, il movimento si arresta. Il Patriarcato è per il femminismo ciò che Joker è per Batman. E come ogni arcinemico che si rispetti, evolve continuamente per non cedere mai: si è ottenuta la parità di fronte alla legge? Ora Il Patriarcato si nasconde nelle “microaggressioni”. Si è raggiunta l’uguaglianza nel mondo del lavoro? Ma Il Patriarcato persiste nei “pregiudizi inconsapevoli” di genere. Ogni nuova vittoria provoca una nuova trasformazione dell’arcinemico, e così la lotta – e il “godimento” – non finisce mai. Le disuguaglianze tra i sessi sembrano scomparse? È che Il Patriarcato è subdolo. Mica che è sconfitto. Lo psicanalista Jacques Lacan teorizzò che il desiderio si nutre di impossibilità. Il femminismo sembra un perfetto esempio: il suo reale obiettivo non è la vittoria ma il processo in sé. “Distruggi il patriarcato!” non è un invito all’azione: è un mantra, la cui ripetizione serve per cementare l’identità femminista. Non si può concepire un Willy il Coyote che raggiunge Bip Bip: l’euforia cederebbe rapidamente il posto al vuoto esistenziale.

cecchettin patriarcato muro

La sfida della biologia.

L’intersezionalità, un’eggregora della “terza ondata” del femminismo, solidifica la fantasia patriarcale moltiplicandola in mille riflessi. Intersecando Il Patriarcato con la “razza”, la classe, la sessualità, la religione e via dicendo, lo si tramuta in un’Idra dalle mille teste: se se ne taglia una, un’altra forma di oppressione spunta fuori. Et voilà, ecco un Patriarcato su misura pronto alla bisogna per ogni contesto, ogni congiuntura storica, ogni tesi di laurea in studi di genere… Questo è il paradosso di cui si nutre il femminismo: Il Patriarcato è ovunque, e però è invisibile; è sistemico, eppure è un problema del singolo uomo. Se qualcuno osa metterlo in discussione, parte l’accusa di “negazionismo del privilegio maschile”. Ma il vero negazionismo è il rifiuto da parte del femminismo di ammettere la propria dipendenza dall'”oggetto sublime” che ne costituisce il motore immobile.

Il Patriarcato come meccanismo di difesa – Il Patriarcato non è soltanto la bussola del femminismo: è la sua corazza. Incolpando Il Patriarcato di ogni differenza e di ogni conflitto tra i sessi, il femminismo può evitare di confrontarsi con la realtà: la caotica, immutabile tensione tra biologia, sessualità, e potere. La biologia è l'”oggetto sublime” assoluto, la forza che resiste a ogni ideologia. L’ossessione femminista per il Patriarcato quale radice di ogni “oppressione” è uno schermo perfetto per nascondere verità scomode come:
– l’asimmetria riproduttiva: uomini e donne non sono delle “tabulae rasae”. La biologia profonda dei sessi sta alla base delle dinamiche relazionali ancestrali tra i due sessi, che nessun programma di trasformazione culturale e sociale potrà mai cancellare;
– il potere sessuale: il desiderio si rafforza nella tensione – dominio, sottomissione, attrazione. Il femminismo appiattisce tutto ciò in uno stretto binarismo morale “oppressore / oppresso” che sterilizza l’eros rendendolo una grigia istanza politica.

femminismo

Nascondersi dalla realtà.

Lo sviluppo del capitalismo ha fatto a brandelli il patriarcato tradizionale, ma il femminismo è riuscito a riformulare questo smantellamento come una prova della prosperità del Patriarcato. I matrimoni crollano? Colpa del Patriarcato. Il “gap salariale” si restringe sempre più? Patriarcato 2.0. Il nemico cambia forma, e il femminismo deve continuare a combattere. Questo loop rivela chiaramente l’elefante nella stanza: il femminismo ha bisogno del Patriarcato per reggersi in piedi. Il suo reale obiettivo non è la liberazione femminile ma il conflitto perpetuo. Per liberarsi realmente dalla fantasia patriarcale, il femminismo dovrebbe correre il rischio di confrontarsi con la propria dipendenza dal conflitto, e interrogarsi concretamente su cosa dovrebbe seguire a questa guerra che non può permettersi di vincere.

Come lasciarsi alle spalle il Patriarcato immaginario – «L’ideologia non offre un’evasione dalla realtà: offre la realtà sociale stessa come forma di evasione». (Slavoj Žižek) Il femminismo si aggrappa alla fantasia del Patriarcato perché questa serve a nascondere una verità scomoda: le disparità tra i sessi sono plasmate dalle complesse relazioni tra biologia profonda, capitalismo e potere. Per lasciarsi alle spalle questa fantasia, il femminismo dovrebbe venire a patti con quella Realtà che essa serve precipuamente ad oscurare:
1) le relazioni tra i sessi sono come collisioni caotiche. Non si possono semplificare nel prodotto di un unico fattore;
2) Il Patriarcato serve a placare l’ansia esistenziale, riformulando le differenze come un complotto ai propri danni, al posto di un prodotto di un complesso gioco di relazioni tra biologia, eros, fattori sociali. Per liberarsi di questa invalidante stampella, occorre affrontare a testa alta l’asimmetria fisica tra i sessi, le dinamiche dell’attrazione sessuale, e i modi sottili in cui queste relazioni si intrecciano con le strutture sociali;
3) Il Patriarcato non è un “sistema” oggettivo da abbattere ma uno schermo deformante la cui funzione è strutturare il desiderio in maniera disfunzionale. Come l’orizzonte, la “liberazione” è irraggiungibile: è essa stessa l’illusorio, multiforme ostacolo che mantiene in essere il conflitto.



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