L’Instituto Universitario de Investigacion de Estudios de Género (Istituto Universitario di Ricerca sugli Studi di Genere) ha stilato una lista di 26 diritti o azioni che le donne oggi possono realizzare grazie al femminismo. Alcuni già li abbiamo esaminati, come sono il voto, il lavoro, lo studio o il diritto di proprietà. Eccone altri: «Se sei una donna, grazie a una femminista… 15. ottieni la custodia delle tue figlie e dei tuoi figli dopo un divorzio o una separazione; 17. tuo marito ti picchia ed è illegale…; 25. puoi aspettarti di vivere fino a 80 anni invece di morire tra i 20 e i 30 anni a causa di gravidanze illimitate». Dunque, in questo intervento esaminiamo brevemente il diritto al divorzio e la custodia degli figli, la violenza domestica nel matrimonio e infine l’accesso a metodi contraccettivi e all’aborto. La prima obiezione che bisogna sollevare, come è successo con il voto, il lavoro, lo studio o il diritto di proprietà, è che tutti questi diritti o azioni erano già attuati dalle donne, limitatamente nel tempo e in certe aree geografiche, prima ancora dell’esistenza del femminismo stesso. In altre parole, si tratta di divieti che il femminismo presenta come universali e atemporali ma in realtà da circoscrivere solo a certi periodi storici e aree geografiche, a seconda della civiltà interessata, alla stessa maniera che non sarebbe logico ipotizzare l’esistenza di un sistema sociale misandrico universale e atemporale sulla base del divieto agli uomini sovietici del diritto alla proprietà o agli uomini cinesi del diritto al voto, estendendo questi divieti a tutti gli uomini lungo tutta la Storia. Il femminismo ragiona in questo modo, rende universale e atemporale ciò che non è.
Inoltre, sarebbe più corretto parlare di ripristino o allargamento di questi diritti a donne che in quel momento ne erano prive, non si capisce perché bisognerebbe ringraziare il femminismo per la conquista di diritti che erano già conosciuti e attuati, limitatamente, da molte donne, prima ancora dell’esistenza del femminismo stesso. Ciò ci permette di fare un’altra riflessione: molti di questi diritti, anche se limitatamente, ottenevano compimento storicamente all’interno di quello che l’ideologia femminista piace denominare la società patriarcale. La teoria del Patriarcato, che è dogma fondante e consustanziale al femminismo, cioè l’esistenza storica universale e atemporale di un struttura sociale che opprimeva le donne per mano degli uomini, in breve, la guerra dei sessi degli uomini contro le donne, acquisisce tutto un altro valore sotto questa prospettiva: se storicamente molte donne hanno potuto vantare questi diritti prima ancora dell’esistenza del femminismo stesso, vuol dire che storicamente una parte consistente come minimo di uomini ha promosso questi diritti per le donne e, quindi, la famigerata oppressione maschile sistemica ipotizzata dal femminismo, la lotta eterna contro il Patriarcato non ha senso. Volendo tralasciare una seconda obiezione, che non ha mai interessato il femminismo e sulla quale c’è poca o nessuna traccia nella sua narrazione storica: molti di quei diritti negati alle donne, ed altri molto rilevanti in egual misura, limitatamente nel tempo e in certe aree geografiche, erano negati parimenti agli uomini, cioè ai privilegiati soggetti figli del Patriarcato.

I maltrattamenti puniti.
«Un altro mito interiorizzato nell’immaginario collettivo è quello del divieto di divorzio universale e istituito a danno delle donne. Il divorzio per iniziativa della donna esisteva in molte culture, nelle civiltà oceaniche, in America, nell’Impero romano, tra i vichinghi, nel mondo islamico o nel Giappone. Anche tra gli ebrei ai tempi di Gesù una donna poteva divorziare da un uomo, se diamo per esatte le parole dell’evangelista Marco (Mc 10, 10-12)» (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, a p. 497). Mi ha sempre meravigliato il fatto che la conquista del diritto di divorzio sia sempre elencata tra le conquiste femministe, se è vero che a divorziare sono in due, con conseguente vantaggio o danno per entrambi. Mi viene il dubbio che quello che il femminismo celebra in occidente non sia la conquista del divorzio tout court, ma la conquista del divorzio con mantenimento a favore della ex, ciò che rispecchia molto meglio la realtà. Per quanto riguarda la custodia dei figli, la figura emblematica in questa lotta nella storiografia femminista è Caroline Norton (1808-1877), scrittrice e pioniera dei diritti delle donne sposate nel Regno Unito. A seguito di una separazione molto conflittuale, dove il marito le impediva i contatti con i bambini, Caroline promosse un disegno di legge per concedere alle donne la custodia dei figli. Quello che la storiografia femminista si dimentica di riportare è l’opinione che Ms. Norton aveva del femminismo. Caroline Norton ha lasciato scritto: «Le teorie folli e stupide avanzate da alcune donne, che parlano di “uguali diritti” e “uguale intelligenza”, non sono le opinioni del loro sesso. Io, per prima (io, con milioni di altre donne), credo nella superiorità naturale dell’uomo, come nell’esistenza di un Dio. La posizione naturale della donna è l’inferiorità rispetto all’uomo. Amen! Questa è una cosa che Dio ha stabilito, non che l’uomo ha ideato. Ci credo sinceramente, come parte della mia religione. Non ho mai finto di credere nella dottrina folle e ridicola dell’uguaglianza». Difficile attribuire al femminismo la conquista di una persona che si dichiara esplicitamente antifemminista.
Secondo la lista summenzionata, «se tuo marito ti picchia è illegale grazie al femminismo». «In Europa ai mariti che picchiavano le mogli erano inflitte ventiquattro ore di ceppi e di collare e negli Stati Uniti nel XIX secolo potevano essere linciati, o messi alla gogna per ordine del tribunale, fustigati (in pubblico, in aula o in carcere), incarcerati, banditi dalla città, o coscritti per ordine del tribunale in tempo di guerra. Nel 1904 il presidente Theodore Roosevelt presentò una proposta di legge nazionale perché i colpevoli maschi di violenza domestica contro le donne fossero fustigati. Ancora nel 1940 a Baltimora il reato di percosse alla moglie comportava la flagellazione». (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, a p. 204). Nella seconda metà del XX secolo la figura emblematica della lotta contro la violenza domestica è stata Erin Pizzey. Nel 1971 ha fondato la prima Casa rifugio al mondo per vittime di violenza domestica e nel 1982 ha scritto il primo libro su questo argomento. Difendeva che la violenza è bidirezionale, motivo per il quale è stata costretta dal movimento femminista a lasciare il paese. Autodichiarata antifemminista, la sua vita è stata trattata qui. La storia della violenza domestica è stata riscritta successivamente dal femminismo come “violenza di genere”. Di nuovo, difficile attribuire al femminismo la conquista di una persona che si dichiara esplicitamente antifemminista.

Il ruolo di Erin Pizzey.
Malgrado il mito interiorizzato che l’aborto sia diventato una procedura legale negli Stati Uniti solo a partire degli anni ’70, la verità è che l’aborto, come lo conosciamo oggi, per la maggior parte dei primi 100 anni della storia del paese, non è stato un reato penale. All’epoca la parola “aborto” si riferiva solo alla terminazione di una gravidanza dopo il “risveglio”, il momento in cui il feto cominciava a muoversi in modo percepibile. La terminazione indotta di una gravidanza prima di questo punto non aveva nemmeno un nome, ma non perché fosse rara. Le donne nel 1700 spesso prendevano farmaci per interrompere le gravidanze indesiderate. L’aborto divenne un reato penale solo nel periodo tra il 1860 e il 1880. Le radici della nuova legge provenivano dalla neonata organizzazione professionale dei medici, l’American Medical Association. I medici decisero che i praticanti di aborto erano una concorrenza indesiderata e si impegnarono ad eliminarla. La Chiesa Cattolica si unì ai medici nel condannare questa pratica. All’inizio del secolo, tutti gli stati avevano leggi contro l’aborto, ma per la maggior parte erano raramente applicate e le donne con denaro non avevano problemi a interrompere le gravidanze se lo desideravano. Fu solo alla fine degli anni ’30 che le leggi sull’aborto vennero applicate, fino alla decisione della Corte Suprema nel caso “Roe v. Wade”. Per uno scherzo del destino, “Roe” (Norma Mc Corvey) diventerebbe successivamente una fervente sostenitrice pro-life, inveendo contro il movimento femminista per essersi sentita raggirata da questo.
In conclusione, e a chiusura definitiva del ciclo “Grazie al femminismo le donne possono…”, che ho portato avanti nelle ultime settimane, molte delle conquiste attribuite al femminismo sono semmai da attribuire più correttamente ad altri soggetti. Il diritto di voto delle donne nel Regno Unito sarebbe da attribuire principalmente al laburista Arthur Henderson, che lo ottenne mediante un patto politico aggressivo con i liberali. L’incorporazione delle donne al mercato lavorativo è da attribuire a Richard Arkwright, che fonda la prima fabbrica durante la Rivoluzione industriale che assume le donne. Caroline Norton, antifemminista, scrisse al Parlamento e si batte con successo a favore dei diritti delle donne separate. Grazie a Erin Pizzey, un’altra antifemminista, l’argomento della “violenza di genere” è stato scoperto dal femminismo, fino allora le femministe non se ne erano mai occupate. Con la stessa facilità con la quale il femminismo tende a addossare le colpe all’universo maschile, tende a attribuirsi meriti che non ha, in modo da pretendere l’eterna riconoscenza e devota gratitudine di tutte le donne.