In questi giorni si discute molto di “Adolescence”, miniserie che racconta di un ragazzino di 13 anni sospetto di aver massacrato a coltellate una compagna di scuola. L’opera ha riacceso le polemiche sulla “manosfera” e relative visioni del mondo, linguaggi, spazi online: molte testate (ad es. qui e qui) hanno sostenuto che la fiction rimarcherebbe le potenziali conseguenze per gli adolescenti del seguire determinati influencers e comunità online, che avrebbero il potere di “radicalizzarli” fino a provocare direttamente atti di brutale violenza. Questa interpretazione è talmente tanto propalata che nel Regno Unito, dove la fiction è ambientata, il primo ministro Starmer ha dichiarato di essere d’accordo con la proposta di due degli autori di proiettarla in Parlamento e nelle scuole. Ed è stato contestualmente annunciato (ma guarda il caso!) che sono in elaborazione nuove linee-guida sulla “educazione sessuale-affettiva” e “di contrasto alla misoginia” nelle scuole (tema che abbiamo affrontato recentemente qui).
Le nuove linee-guida saranno introdotte alla fine del corrente anno accademico, e prevedono fin dalla scuola primaria insegnamenti su “come intrattenere relazioni sane”, “prevenire la diffusione della misoginia” tra gli studenti, “esprimere e comprendere il consenso e i limiti” nei rapporti, “gestire le emozioni”; ma (sempre guarda il caso!) includeranno anche tematiche legate alla cultura woke e l’ideologia gender, come “le dinamiche di potere nelle relazioni” e “l’esplorazione dell’identità di genere”, eliminate dalla bozza del precedente governo conservatore ma che il governo attuale, nella persona del ministro dell’istruzione Bridget Phillipson, sta reinserendo. È importante anzitutto sottolineare che nonostante i martellanti richiami mediatici a presunte “emergenze” e “escalation della violenza di genere” in particolare tra gli adolescenti rinfocolati dal successo della serie, la situazione nel Regno Unito non è poi molto diversa da quella che si riscontra mediamente in Europa. Come si può verificare dal periodico report dell’Office for National Statistics ad esempio, il tasso di omicidi è un po’ più alto che in Italia, ma più basso rispetto al passato, e decisamente non a livelli emergenziali; nel trend generale in diminuzione, le vittime maschili risultano sostanzialmente immutate, quelle femminili sono in calo. Le vittime adolescenti, una minoranza del totale (che perlopiù vede vittimizzate le fasce d’età tra i 16 e i 44 anni) sono per la quasi totalità uccise da parenti, mentre si mantiene estremamente rara (due sole vittime nel 2024) la casistica di adolescenti uccisi da persone estranee. Anche i perpetratori di omicidi sono per la stragrande maggioranza adulti tra i 16 e i 44 anni, mentre sono estremamente rari i casi di assassini under 16 (8 quelli registrati su un arco di tempo di 3 anni, tra 2022 e 2024: tra cui 5 ragazzini e 3 ragazzine, quindi senza significative differenze “di genere”).

Una denuncia della società femminilizzata.
L’intero allarme mediatico costruito intorno al successo di “Adolescence” risulta perciò una patente manipolazione, con un tempismo ad hoc per giustificare le scelte dell’attuale governo in merito alla “educazione sessuale-affettiva” nelle scuole. Questa impressione risulta tanto più legittima se si tiene conto che la miniserie in sé sembra trasmettere un messaggio molto diverso rispetto a quello che ipotizza la causalità diretta dalle comunità online “misogine e estremiste” al “femminicidio”. Il protagonista di “Adolescence”, Jamie, è un tredicenne che frequenta i social come tanti, ma che anzitutto mostra un’evidente anomalia nella gestione della rabbia: lo si vede, grazie all’egregia interpretazione del giovane protagonista Owen Cooper, nella terza puntata dove il ragazzino fronteggia una psicologa e nel corso del colloquio attraversa delle violente, insospettabili esplosioni d’ira. Gli autori non stanno dipingendo un personaggio spavaldo, convinto nella sua frequentazione di comunità misogine ed estremiste e nella sua espressione di teorie misogine. Tutt’altro. Jamie, che appare come un ragazzino fragile ma appunto soggetto a anomali scoppi d’ira, afferma di aver incontrato qualche volta simili teorie, ma di non essere d’accordo, di rifiutarle, eccetto una: quella secondo cui la maggioranza delle ragazze sarebbe attratta da una minoranza dei ragazzi (privilegiati dall’estetica), tesi che il ragazzino sposa evidentemente perché riflette la difficoltà e paura che incontra nel rapportarsi alle compagne di scuola, i suoi desideri frustrati.
Frustrazione rispecchiata nella demonizzazione della sessualità maschile ossessivamente trasmessa alle giovani generazioni per mezzo delle teorie sulla “violenza di genere”, la “piramide della violenza”, il “consenso esplicito” e simili, se è vero che Jamie inizialmente sembra considerare un comportamento più grave “toccare” la ragazza che ucciderla («Io non ho fatto niente di male» ripete angosciosamente, «Quella notte non l’ho toccata!»). I famigerati “emoji redpill e incel” di cui molto si sta discutendo, nella storia non sono usati da Jamie, bensì li usa la ragazzina che lo ha respinto per bullizzarlo sui social, prendendolo in giro in quanto appunto “incel” (usato come offesa, come equivalente di “sfigato”). Emerge quindi la sofferenza del protagonista nell’essere oggetto di bullismo da parte delle ragazze, e in particolare da parte di quella che lo ha respinto e che sarà sua vittima. Unico appiglio del ragazzino nel suo mondo tormentato è la figura paterna, “idolatrata” da Jamie, come emerge nella quarta e ultima puntata: il padre di Jamie però, alla fine di un processo di dolorosa riflessione, deve ammettere la sua parte personale di responsabilità nel non aver saputo fornire al ragazzino l’incoraggiamento e la validazione di cui avrebbe avuto bisogno.

Un capolavoro al di là delle manipolazioni.
Tutto ciò ovviamente non giustifica l’atto di violenza fatale narrato, sarebbe folle anche solo pensarlo. Ma se è questa miniserie di cui si vuol parlare, bisogna riferirsi a ciò che effettivamente racconta: ed è il racconto di una categoria maschile sempre più “lasciata indietro” dalla società e dalla scuola, sofferente per la mancanza di riferimenti positivi sulla mascolinità anche in famiglia, e in balìa di un femminile sempre più aggressivo e deresponsabilizzato. Nel Regno Unito (e non solo, come ben sappiamo) la demonizzazione del maschile è già una triste realtà: un report dell’anno scorso del Family Education Trust ha rilevato che almeno 3 scuole su 10 in UK insegnano ai ragazzi la “mascolinità tossica”, l’idea che la mascolinità in quanto tale abbia tratti intrinsecamente dannosi per la società o comunque problematici. E uno studio della Commissione Parlamentare britannica dedicata ai problemi di uomini e ragazzi, avendo identificato un preoccupante gap tra i risultati maschili e quelli femminili nell’istruzione «ad ogni livello e in ogni fascia d’età», ha concluso in merito: «Una spiegazione diffusamente condivisa di questa problematica risiede nello stereotipo per cui la mascolinità sarebbe intrinsecamente negativa e vi sarebbe una necessità generica per tutti i ragazzi di migliorare la propria attitudine; e per cui la causa dei fallimenti scolastici starebbe nella mascolinità stessa, piuttosto che nella società e in ciò che viene trasmesso ai ragazzi dagli adulti». Scrive l’autrice del report citato più sopra: «Nell’ultimo decennio una ideologia che definisce la mascolinità come intrinsecamente distruttiva o ‘tossica’ ha impregnato di sé il pensare comune. Ma se la mascolinità è tossica, tutti i ragazzi e gli uomini lo saranno di conseguenza. Invece di provare a comprendere le sfide che i ragazzi si trovano ad affrontare nella società odierna, queste credenze suggeriscono che il problema siano i ragazzi stessi. Non è evidentemente una coincidenza, se figure estremiste come quella di Andrew Tate guadagnano popolarità tra i giovani uomini, alla disperata ricerca di un’identità che vedono bollata come tossica in quanto tale da qualsiasi altra parte rivolgano lo sguardo».
“Adolescence” è un capolavoro. Non di quelli gradevoli, che accarezzano l’occhio dello spettatore, o lo intrattengono in maniera tale da allontanarlo dalla realtà tramite la magia del cinema; no, “Adolescence” è un pugno dritto nell’occhio. Gli strumenti dell’arte cinematografica li usa sapientemente, ma per creare tensione nello spettatore, per farlo stare costantemente fuori dalla “zona comfort”. Contribuisce la scelta, insolita e di non facile scrittura, di fare di ogni episodio un unico piano-sequenza: mai uno stacco, un momento per riprendere fiato. In tutto ciò, “Adolescence” è un prodotto molto esplicito nel suo voler essere e apparire opera simbolica, e non mera narrativa di genere da leggere verbatim, ma portatrice di un messaggio, forse di molti. Forse più di domande che di certezze, e forse di un’accusa di qualche tipo. Ma di certo non è un’accusa agli uomini in quanto tali, né alla “manosfera”. Il messaggio che trasmette è più complesso, pur limpido e netto. E riguarda l’urgente necessità di modelli da trasmettere ai ragazzini e ai giovani uomini, sia in famiglia che nelle scuole, diversi da quello della “mascolinità tossica” di cui mondarsi. Diversi da quella narrazione della “violenza di genere” che dipinge come intrinsecamente pericolosa e violenta, fin dalle sue manifestazioni più spontanee e impulsive, la sessualità maschile, e che deresponsabilizza un’intera categoria di persone, quella femminile (nient’affatto intrinsecamente estranea a comportamenti tossici, bullismo, violenza) per colpevolizzare per intero l’altra metà della Terra.