Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui il giudice Maria Carmela Magarò del Tribunale di Roma nel dicembre scorso ha condannato l’agenzia di stampa D.I.Re. per diffamazione aggravata contro Giuseppe Apadula. Potete scaricarle qui e vi consigliamo di leggere interamente le 18 pagine da cui è composta (il dispositivo del giudice parte da pagina 8). Ve lo consigliamo perché è un documento che dice molto, pressoché tutto, sullo stato del giornalismo italiano quando si parla di approccio ideologico alle questioni che coinvolgono uomini e donne. Nella sentenza è poco rilevante la vicenda in oggetto: il conflitto Massaro-Apadula è ben noto e per quanto riguarda noi su di esso ci siamo già ampiamente espressi prendendo una posizione molto chiara, che questa sentenza dimostra una volta di più come corretta. Tanto meno interessanti sono le menzioni di altre personaggine e personaggette attive sui social network, che hanno partecipato attivamente alle condotte diffamatorie contro Giuseppe Apadula. Le loro azioni e il loro stesso essere parlano per loro e la loro intrinseca e malevola irrilevanza. In realtà questa sentenza va letta e conosciuta perché è rivelante. Non per chi, come noi e tanti altri, già da tempo ha visto le storture dell’informazione ideologizzata, ma per i tanti che ne minimizzano o peggio ne ignorano l’esistenza e gli effetti distruttivi.
La sentenza dice chiaro e tondo, infatti, che un organo d’informazione non può narrare fatti che non siano veri o verificati, specie se si tratta di questioni giudiziarie, che in quanto tali hanno fonti ufficialissime a cui attingere. Dice la sentenza (pag.11): «nel giornalismo giudiziario la veridicità della notizia è costituita dalla corrispondenza della notizia alle risultanze degli atti giudiziari». Sembra ovvio, eppure l’agenzia di stampa D.I.Re. si è occupata di Apadula per ben tre anni con la bellezza di 70 articoli (!!!) dove in varie forme lo si dipingeva come un violento, un maltrattante, un persecutore e un molestatore di minori. Se non che Apadula ha attraversato totalmente indenne tutte le denunce presentate a suo carico: tutte false, tutte infondate, tutte archiviate. Ma… c’è un ma, che è la principale chiave di lettura della sentenza: per chi abbraccia una certa ideologia, ad esempio l’agenzia D.I.Re., il riscontro fattuale non è importante. Nella sua visione distorta dal fanatismo ideologico, un uomo denunciato è per definizione già colpevole. Anzi tutti gli uomini denunciati sono tutti già colpevoli, anche se non ci sono sentenze a dimostrarlo e anche se ci sono sentenze che sanciscono il contrario. Un abominio giornalistico strumentale alla necessità di dipingere l’Italia come un paese dove le violenze contro le donne dilagano, specie in fase separativa. Invece, come diciamo da otto anni, la media annuale dei condannati per reati da “Codice Rosso” nel nostro paese si aggira attorno ai 5.000 individui. Un’inezia, un topolino partorito dalla montagna di denunce (circa 60.000 ogni anno, dato in continua crescita) per la gran parte false o strumentali.
Un innegabile filo rosso.
Tutto ciò perché l’obiettivo di questo giornalismo, non solo quello di D.I.Re. ma di tutto il giornalismo italiano quando si tratta di argomenti del genere, non è raccontare la verità ma, come dice la sentenza (pag.12), fare collegamenti tali da veicolare al lettore «una suggestione in ordine alla veridicità o quantomeno verosimiglianza di condotte di violenza o maltrattamento». Cioè i media, in questi casi, non informano, non analizzano, non raccontano, ma sono lì per suggestionare i lettori. «Era evidente l’impostazione dell’Agenzia», dice ancora la sentenza, sottolineando come il suo obiettivo di parteggiare per una delle due parti in causa e di diffondere una specifica (e inesistente) visione ideologica della realtà fosse fin troppo palese e tracimante nella lesione dell’onorabilità di una persona totalmente innocente.
E qui si rileva un filo rosso che non va trascurato. Quando nel 2022 il nostro Fabio Nestola e l’ex gestore nonché fondatore di questo sito, Davide Stasi, vennero auditi in Senato sul solito DdL manettaro antimaschile, alcune parlamentari capeggiate dalla Sen. Valeria Valente fecero un’interrogazione di sindacato ispettivo al Ministro dell’Interno, chiedendo la chiusura di tutti i canali dei due analisti (anche quelli privati…) giustificando la richiesta, tra l’altro, con il fatto che «sono numerose le denunce fatte alla Polizia Postale e all’autorità giudiziaria nei confronti dei due blogger». Già, denunce tante (una tra l’altro proprio dal consorzio che curiosamente ha lo stesso acronimo dell’agenzia di stampa soccombente contro Apadula e che è risultata particolarmente farlocca), ma condanne zero. Però per le parlamentari la mera denuncia basta per considerare qualcuno colpevole. Sarà proprio per questo genere di bestialità che l’allora Ministro dell’Interno rispose alle interroganti con una pernacchia? In ogni caso è la stessa bestialità che emerge dagli articoli in cui D.I.Re. si occupava di Apadula e che sono stati sanzionati come diffamatori. Quella stessa bestialità è l’architrave di ogni articolo di ogni testata italiana che parli di dati sulle “violenze di genere”. Lo vedete anche voi il filo rosso?

La cupola.
C’è infine un ultimo aspetto a cui la sentenza porta a pensare: possibile che l’agenzia D.I.Re. non si rendesse conto che stava passando il segno? Stiamo parlando di professionisti dell’informazione, che sanno (o dovrebbero sapere) qual è il confine tra cronaca e falsità o diffamazione, e dunque? Dunque le spiegazioni non possono che essere due: o non c’è professionismo in D.I.Re. (e il fatto che l’agenzia sia sempre lì lì per fallire potrebbe portarlo a pensare), oppure D.I.Re. si sentiva abbastanza protetta da ritenere di poter diffamare tranquillamente un uomo innocente. La sentenza tocca indirettamente quest’ultimo aspetto, quando nel ricostruire tutta l’attività diffamatoria di D.I.Re. cita nomi di politiche da tempo attive sul fronte ideologico che vuole la distruzione delle relazioni uomo-donna e che alimenta un odio sessista e antimaschile irredimibile.
Si tratta di soggetti che possono agire indisturbati perché protetti dall’immunità parlamentare e che sono certamente le mandanti ideologiche sia della diffamazione ad Apadula che di tutte le simili falsificazioni giornalistiche sul tema della violenza maschile contro le donne. Alla luce della sentenza di cui parliamo, è però legittimo pensare che esse siano anche le mandanti vere e proprie di quelle campagne di criminalizzazione dell’intero genere maschile che da anni avvelenano la società italiana, in uno scenario da “cupola” dove politici, media, centri antiviolenza e alcuni magistrati sono tenuti assieme da un sistema tentacolare di complicità, sudditanze, interessi e potere, al riparo di un’ideologia comunemente ed erroneamente percepita come “buona”. Un modo come un altro per farsi i propri affari gabbando la gente comune. Uno dei risultati ultimi di tutto questo è il posizionamento dell’Italia al 43esimo posto nella classifica della libertà di stampa, tra Taiwan e il Botswana, ma anche il fatto che tutti gli uomini italiani risultino sempre più a rischio di finire, quando va bene, come Giuseppe Apadula: alienati dalla prole senza potersi opporre e rappresentati pubblicamente come criminali incalliti, anche se non è affatto vero. Quando va male, invece, c’è il sole a strisce.