La Fionda

Quei tredici scalini: una lettera al tredicenne di Verona

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Per chi nell’ultimo mese avesse vissuto sotto una pietra, qualche settimana fa è successo uno di quegli scandales du jour che hanno sostituito il calcio e i varietà con le tettone nel compito della distrazione di massa: per dire, non so se vi ricordate di quando la più grave emergenza mondiale era il “catcalling”. Ricostruisco da quel che ho letto sui giornali, quindi come tutto ciò che scrivono va preso con le pinze e non si sa quanto c’è di vero e quanto soprattutto c’è di sottaciuto. Mentre le naturalmente pacifiche donne che governano l’Unione Europea stavano progettando come finanziare una guerra da ottocento miliardi che pagheranno le tasche e le vite altrui, un ragazzo di Verona, tredici anni, terza media, si è rifiutato di passare su una scalinata i cui gradini erano colorati di arcobaleno in omaggio alla “comunità” GLBT. Non so se la colorazione fosse un’installazione momentanea o permanente (con queste opere d’arte situazioniste non si può mai dire), ma in ogni caso era necessario salirla per accedere al teatrino della scuola.

Dapprima il ragazzo ha cercato una strada alternativa (una vecchia scala a chiocciola in disuso), poi qualche pacifica insegnante, con mirabile senso pedagogico, invece di rispettare la sua volontà e accompagnarlo (forse la scala elicoidale era problematica da percorrere con i tacchi), l’ha richiamato e costretto a passare per le forche caudine. Adesso io so che vi state proiettando nella mente una mastina a forma di professoressa che lo prende per un orecchio e lo tira su scalciante e scalpitante per la scala, ma state buoni, non è andata così, è un volo della vostra perfida immaginazione omofoba e maschilista. Quello che è avvenuto nella più solida realtà è che il ragazzo, pur di rivendicare il suo diritto a non percorrere la passerella dei diritti obbligatori, ha avuto la bella pensata di salire aggrappandosi alla ringhiera davanti alle insegnanti allibite, e di conseguenza è stato richiamato e sanzionato dal preside. I genitori hanno scoperto la cosa solo dopo sei mesi perché nel frattempo il ragazzo si vergognava di parlarne in casa e – pensa tu – si sono incazzati non poco, facendo sorgere un caso politico che poi purtroppo, invece di suscitare quella reazione unanime che avrebbe dovuto suscitare il buon senso (ovvero, “ma che cazzo vi fumate in quella scuola”), si è incanalata nel solito frusto gioco delle parti della contrapposizione tra partiti, e lì la cosa smette di interessarmi.

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Gli scalini della scuola di Verona.

Le colpe degli adulti.

Caro ragazzo, lasciamo perdere i politicanti, è a te che mi voglio rivolgere. Di te già hanno smesso di parlare, e questo è un bene, nessun ragazzo della tua età dovrebbe essere esposto a questo bullismo mediatico indesiderato, ed è per questo che eviterò di fare il tuo nome, che, benché non si sappia se reale o di fantasia, è comunque trapelato senza problemi. Sì, sei minorenne ma sei anche maskio (“assegnato alla nascita”, si affretterebbero a precisare quelli che approvano la scala che hai rifiutato), mica ti è dovuto il rispetto per la riservatezza a cui ha diritto un’adulta che accusa falsamente la gente di stupro. Non è un bene invece che si sia smesso di parlare della shakespeariana (tragica e comica) cialtronaggine di chi in quella scuola dovrebbe educarti e non sa nemmeno educare se stesso. Pare infatti che il preside, sempre stando a quello che ho letto, abbia asserito che nella sanzione non c’è alcuna motivazione “ideologica” ma che è stata motivata solo dal fatto che hai commesso un gesto pericoloso (la ringhiera è sospesa su un vuoto di quattro o cinque metri); salvo poi, sempre perché non c’è nulla di ideologico, darti dell’“omofobo”, che di questi tempi è peggio che dirti che investi le vecchiette non binarie andando a 32 km all’ora con un suv euro 0, ed è secondo in scala di gravità solo a “sessista”. Pare poi che, in classe, una pacifica e non licenziabile insegnante con otto ulcere ma una paga da quattro, e l’aggravante di non essere tredicenne, abbia cercato di fare moral suasion con la brillante argomentazione che “tu dovresti accettare tutti visto che hai un papà italo-argentino e una mamma cinese”. Come a dire, proprio tu che sei il figlio della merda. Piaget spostati proprio.

Caro ragazzo, te lo dico subito: io ti capisco al 100%. Certo, se evitavi di arrampicarti al corrimano col rischio di cadere e romperti l’osso del collo per una stupidissima scala era molto meglio, e anche questo te lo dico subito, ma il punto è che quelle forche caudine lì non ci dovevano proprio stare, e mi piacerebbe proprio tanto sapere chi e come ha preso quanti soldi per progettarle e realizzarle, ma dubito che questa mia curiosità verrà soddisfatta: nella tavolozza dei colori dell’arcobaleno il “trasparente” non è contemplato, e del resto “trasparenza” è il contrario di “visibilità”. Solo che tu hai tredici anni, un’età in cui si fanno un sacco di cazzate, specialmente oggi, che la generazione degli adolescenti è così universalmente cretina da avere bisogno di desinenze personalizzate per sentirsi rispettata. Ma se un tredicenne si arrampica come un gatto su una ringhiera per non sottostare all’imposizione impropria di una rampa di scale che servono per salire e non per lanciare slogan, la colpa è prima di tutto dell’adulto che ce le ha messe solo per fare la sua ruota da pavone menandocela con l’“inclusività”.

LGBT

Io non mi sono offeso.

Caro ragazzo, te lo dico tranquillamente: io non mi sento per nulla offeso dal tuo rifiuto a salire quelle scale ideologizzate. Anzi, probabilmente pure io avrei protestato, o quantomeno espresso un malcelato fastidio del tipo “ma che è ‘sta cazzata”, visto che pur essendo gay non ho il culto della personalità e non ho il feticismo del mio orientamento sessuale, che è solo una parte di me e non tutto il mio essere: perché essendo io un adulto che ormai ha superato le tempeste ormonali della pubertà già da qualche anno, capita che qualcosa come trecento volte al giorno io pensi anche a qualcos’altro che non siano le mie preferenze in termini di genitali, le quali sembrano invece il centro dell’universo per quegli arcobalenati che farneticano di una presunta “comunità GLBT”. Perdona l’autocitazione, ma l’ho già detto qui in tempi non sospetti: ma quale “comunità”? Ma quanto potete essere stupidi e in malafede in una scala da 1 a Gayburg.com?

Caro ragazzo, io non sono offeso perché lo “sgarro” tu non l’hai fatto a me, e nemmeno alla fantomatica “comunità”: l’hai fatto, e meritatamente, al parassitismo delle lobby GLBT che imperversano ovunque, esigendo soldi e visibilità, inventando discriminazioni e problematiche e pretendendo di parlare per conto mio e di tutti. E che infatti, come di fronte a ogni sgarro, te l’hanno fatta pagare, e io ti auguro di cuore che la cosa finisca qui e non sia invece solo l’inizio. Sapessi le volte che, di fronte a qualche puttanata detta, fatta o pretesa, di fronte a qualche persecuzione o censura promossa da parte di questi miserabili “in mio nome”, mi viene la voglia di uscire con un cartello con su scritto “non guardate me, io non c’entro, non gliel’ho detto io, non li conosco, mi dissocio”. Sono sicuro che dopo questo sereno e rispettoso “trattamento educativo” il tuo rispetto nei confronti della “comunità” sarà molto migliorato, sì, certo, come no.

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La coincidenza dei tredici scalini.

Caro ragazzo, io lo so che questi procarioti continuano a inventare con toni da apocalisse una “emergenza omofobia” che non esiste e lo sanno benissimo. Lo so che cianciano continuamente di episodi di inquisizione da clima “medievale”, e hai voglia di spiegare a una capra tutta contenta perché ha scoperto un nuovo vocabolo che sintetizza tutto ciò che non riesce a spiegare con parole sue che l’inquisizione spagnola è un fenomeno squisitamente rinascimentale, che è come spiegare a un eroinomane che la droga fa male. Come se questo disgraziato paese fosse un inferno di omofobia, una succursale dell’ambasciata iraniana in Afghanistan, un teatro di pestaggi continui, di violenze incessanti, come se i gay oggi fossero relegati ancora nel metaforico armadio di trent’anni fa, quando invece gli episodi di intolleranza anche violenta sono un numero infinitesimale (che guarda caso aumentano improvvisamente sempre in concomitanza di qualche DdL “contro l’omofobia”, pensa tu), in confronto alle decine, centinaia, migliaia di occasioni quotidiane in cui, anche non necessariamente nelle grandi città, i ragazzi gay, le ragazze lesbiche, quotidianamente passeggiano mano nella mano, si baciano in pubblico, si riversano in discoteche da rimorchio a tema, si vestono in modo pacchiano e appariscente, vanno in giro ostentando le “pericolosissime” sportine color arcobaleno e molestano persino i fin troppo indulgenti passanti (fossero donne fidati, non sarebbero altrettanto pazienti) con commenti ad alta voce sul loro pacco senza che succeda nulla: ma assolutamente NULLA. Provato in prima persona.

Caro ragazzo, questo gay ti capisce e ti abbraccia: non da dietro, così facciamo contenti anche i fan delle battute pecorecce e quelli che si scandalizzano avranno l’ennesimo trauma della giornata. Io non penso che tu ci odi tutti, anche se questo episodio di civilissimo bullismo istituzionale dei buoni non avrà certo migliorato la tua percezione di noialtri. Io penso che tu abbia reagito contro un’imposizione indottrinante, odiosa e ingiusta. E se invece non è così, se invece no, hai deciso proprio che ti stiamo sui coglioni, a maggior ragione mi piacerebbe parlarti, mi piacerebbe spiegarti che io trovo queste cose detestabili quanto le trovi tu, se non di più; che non siamo tutti così stronzi, che siamo molto migliori di come ci raffigurano i politicanti che lucrano su quelle due immagine di noi bidimensionali, false e stereotipate dell’assatanato buffone o del piagnone dolente con la pelle di carta velina, che con tanti di noi si può parlare, che non tutti abbiamo il complesso di “rieducare” gli eterosessuali, magari con corsi di “educazione al rispetto” affidati a dei pagliacci vestiti da donna senza la minima conoscenza o il minimo credito pedagogico, ma affiliati quanto basta a qualche associazione mangiasoldi opportunamente e istituzionalmente foraggiata, o peggio ancora di giocare a “scova-l’identità-di-genere” e a “indovina-chi-è-non-binario” sulla pelle dei ragazzini. Caro ragazzo, in uno dei miei film preferiti (al minuto 1:32:30), una satira sull’impopolarità e il cinismo dei giornalisti che magari tra qualche anno potresti apprezzare anche tu, i “tredici scalini” sono tradizionalmente quelli che portano il condannato a morte alla forca o alla ghigliottina. Nel gergo degli Alcolisti Anonimi degli Stati Uniti, il “tredicesimo scalino” è invece quello che descrive un comportamento violento o un’aggressione sessuale da parte di uno che sia sobrio da meno di un anno: in ogni caso, non esattamente un numero propizio. Beh, pensa un po’: io ho contato nella fotografia gli scalini che ti sei rifiutato di salire. Per ben tre volte, non ci volevo credere: sono proprio tredici. Pensa un po’ le coincidenze.



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