Due giorni fa il Dr. Giuseppe De Donno si è tolto la vita. Era diventato famoso per aver sostenuto l’efficacia della cura dei malati di covid attraverso l’utilizzo del plasma ricavato da altri malati guariti dal virus. Nella sua posizione di primario di pneumologia presso l’ospedale Carlo Poma di Mantova, pare fosse riuscito a strappare dalla morte diversi pazienti e aveva ritenuto opportuno, mentre infuriava il dibattito su lockdown, cure e vaccini, di informarne la comunità. L’aveva fatto a modo suo: ruvido, schietto, talvolta forse anche troppo. Ma era un medico, non aveva studiato comunicazione pubblica o self-marketing, non era un inseguitore di follower sui social, tanto meno un virologo-star da televisione, quindi non si curava troppo del modo con cui raccontava la sua sperimentazione e i suoi risultati. Chiaro che questi, ottenuti con una tecnica poco costosa e, a quanto pareva, risolutiva, avevano finito per attirare l’attenzione di un folto pubblico. In breve De Donno era stato innalzato al rango del “Salvatore” da parte di molti, mentre altrettanti mettevano in dubbio l’efficacia del suo metodo. Nessuno dei suoi colleghi l’ha in verità mai attaccato direttamente, si è sempre trattato di un dubbio instillato nella pubblica opinione, una pulce nell’orecchio messa ai telespettatori o webnauti. Un confronto “all’italiana”, insomma: informale, un po’ becero, ma comunque non bellicoso.
Il problema è nato nel momento in cui Matteo Salvini ha “sposato la causa” del Dr. De Donno. Nel clima attuale, tutto ciò che il leader della Lega tocca o nomina, diventa automaticamente nemico giurato di una moltitudine di attivisti, politici, giornalisti, con conseguente attacco in armi. Volente o nolente, quindi, De Donno è diventato un alter ego di Salvini, aggredito da ogni parte, sbertucciato in ogni modo, mentre dal versante opposto si formava una fan base molto nutrita a suo favore. Le due parti in conflitto hanno raggiunto in breve il parossismo, tanto da indurre De Donno a sospendere i suoi profili social e scomparire per un po’. Ricompare poi in un video dove spiega di essersi voluto sottrarre da una guerra tra fazioni che non voleva e che non gli permetteva di portare avanti la propria sperimentazione, oggetto per altro dell’interesse di alcune riviste scientifiche. Dopo quel video il Dr. De Donno si è inabissato, mentre il suo nome è rimasto a lungo il bersaglio di diversi attacchi, perché quando si finisce nel mirino degli influencer sui social, non basta mai la sconfitta, c’è sempre anche l’accanimento sul perdente. Sempre che De Donno lo si potesse definire “perdente” in tutta la vicenda che l’ha coinvolto. E a nostro avviso non è così: al di là di talune sue intemperanze e ingenuità, non risulta che si sia mai posto in termini conflittuali o partigiani. Più che altro è stato trascinato in uno scenario di guerra che non gli apparteneva da parte di contendenti privi di scrupoli, che ora hanno indubbiamente la sua morte sulla coscienza.
Le vittime sono sempre i più fragili.
Sarebbe facilissimo, a questo punto, fare nomi e cognomi, accompagnati da una rassegna del vero e proprio bullismo “giornalistico” e mediatico di cui De Donno è stato fatto oggetto. Ci sono personaggi, come Selvaggia Lucarelli, che non si sono risparmiati quanto a ferocia e accanimento in questo senso: miravano alla propria visibilità anzitutto, poi a colpire Salvini, facendo passare il proiettile attraverso Di Donno, forse pensando che quest’ultimo fosse invulnerabile. Personaggi che hanno mostrato la loro lucidità e lungimiranza agli esordi della pandemia, strafogandosi di involtini primavera in diretta TV o facendo dichiarazioni che, in un mondo normale, li renderebbero oggi una macchietta vivente («In Italia siamo tranquilli, il virus non c’è. Il rischio è zero, preoccupatevi dei fulmini», dichiarò Burioni il 2 febbraio 2020). Si dirà: ai tempi costoro non avevano elementi per comprendere la portata del pericolo. Potrebbe essere vero per un cittadino qualunque, ma in questo caso si parla di giornalisti di livello nazionale, scienziati di livello internazionale, tutti con una preparazione di alto livello e dunque con tutte le fonti e gli strumenti intellettuali a disposizione per capire bene cosa stesse accadendo. Pur non avendo capito un bel nulla, si sono impancati a demolire con rara ferocia un medico che si limitava a proporre una soluzione che sembrava funzionare e che andava analizzata e discussa serenamente e scientificamente.
Ma la terapia di De Donno funzionava? Questo è il bello: sul piano internazionale non si sa. Abbiamo provato a cercare qualche riscontro di alto livello scientifico in inglese e non abbiamo trovato nulla di significativo che riguardasse la sperimentazione di De Donno, mentre esistono verifiche in italiano che smentiscono l’efficacia della sua terapia. Eppure l’aspettativa, nella situazione attuale, sarebbe che ogni persona di scienza che dica X o Y, dimostri le proprie asserzioni con esperimenti riusciti e replicati anche da altri appartenenti all’ampia comunità scientifica, del proprio paese e anche estero. Così dovrebbe funzionare il metodo scientifico, da questo deriva la credibilità scientifica e i comunicatori dovrebbero sempre, su questi temi, far riferimento alla letteratura scientifica, evitando di politicizzare tutto. Invece su tutto, dalle sperimentazioni di De Donno ai vaccini, vige il casino più totale, la chiacchiera, la gazzarra, la dichiarazione autocertificata, il tutto e il contrario di tutto. Con l’esito di popolazioni schierate su fronti contrapposti, quasi in guerra civile, su un problema che invece dovrebbe unire. Ed è forse lì la chiave di tutto: lungi da noi dare la responsabilità del suicidio di De Donno a singoli personaggi o personaggetti della TV o del web. Il problema sta nel sistema generale, che prospera nella rissa e nella discussione infinita, quella che si avvolge a spirale su se stessa, alimentata da fronti costantemente contrapposti e in conflitto, discussioni impostate sulla logica del veto incrociato o del non riconoscimento reciproco, il tutto mostruosamente amplificato ed estremizzato dai social media. Un contesto sistemico che è una soluzione win-win per chi campa di visibilità o, più nascostamente, del monitoraggio delle preferenze di ognuno, ma che fa danni enormi su più livelli. Non è più possibile oggi avere fiducia nell’informazione quando quest’ultima si mostra ormai senza remore come mero veicolo di propaganda e soggetto censurante. Senza informazione vera non ci sono né libertà, né democrazia, ma solo un conflitto civile latente dove le vittime sono sempre i più fragili, ossia quelli che, pur avendo qualcosa di potenzialmente interessante da dire, non hanno potenza di fuoco mediatica e che, per questo, se finiscono nell’ingranaggio, ne vengono stritolati. Giuseppe De Donno, a prescindere dall’efficacia della sua proposta terapeutica, è stato chiaramente uno di questi.